Aleksandra Janczarska

Uniwersytet Warszawski

 

  

Le memorie e lo spirito femminile della Resistenza

con particolare riferimento al Diario di Ada Gobetti

 

 

 

In un momento storico così particolare come la Resistenza, in cui venivano scritte una o più pagine della storia dell’Italia moderna, e in cui gli eventi si riflettevano così fortemente sull’esperienza individuale, la volontà di narrare, ricordare e trasmettere si impone come scelta e quasi come “dovere morale” nei confronti delle generazioni future e diventa ispirazione concreta per un vasto gruppo di  persone, tra cui non solo i letterati di professione. Le memorie di guerra, le memorie di lotta, le memorie di vita – lato sensu – fiorite verso la metà degli anni Quaranta hanno indubbiamente regalato alla letteratura italiana alcune tra le più interessanti opere del Novecento.

È giusto riferirci espressamente al genere delle “memorie” in quanto, proprio attraverso questo strumento di narrazione, sono state composte le pagine più significative riguardanti la Resistenza ed è attraverso le “memorie” che il coinvolgimento individuale e “privato” dei loro autori è diventato, in un certo senso, pubblico. Attraverso le memorie emerge l’introspezione chiara e concreta verso le vicende vissute, guardate spesso attraverso filtri diversi (il combattente, il militante politico, l’intellettuale cittadino, il piccolo borghese di provincia) ma tutti altrettanto veri, uniti dalla comune intenzione di guardare alla Resistenza come fenomeno storico e sociale, occasione di rilettura dei propri valori e di partecipazione alla storia e alla cultura del proprio paese.

Altresì interessante è il fatto che molte di tali memorie sono state scritte da donne, nonostante queste, per molto tempo, non siano state considerate che semplici figure di supporto, ai “veri” protagonisti della lotta (cioè i partigiani uomini) e destinate in tal modo ad un ruolo secondario. È interessante notare come nel 1943, in effetti, nascano infatti i cosiddetti “Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti per la libertà”.

Se dunque la Resistenza delle donne è stata per molti versi “taciuta” (Bruzzone & Farina 2003)  dal punto di vista storiografico, almeno fino ai tempi recenti, in compenso, ha trovato riscatto in parecchie opere che possiamo considerare scritti di alto valore storico e letterario, che narrano vicendedi donne: tra queste, ricordiamo, a semplice titolo esemplificativo, il “Diario” di Frida Misul, “Agnese va a morire” di Renata Viganò, “Pane nero” di Miriam Mafai, “Storia di una passione” di Bianca Ceva, o ancora le esperienze raccolte nei lavori di altre due figure femminili particolarissime come Teresa Noce e di Joyce Lussu.

Ma il contributo forse più significativo e conosciuto ci è stato fornito dal “Diario” di Ada Gobetti, personaggio indubbiamente unico nella storia intellettuale italiana, e più precisamente torinese. Si tratta sicuramente di uno degli esempi più clamorosi della letteratura memorialistica femminile del periodo della Resistenza.

È curioso notare che il testo è stato scritto dall’autrice in una sorta di inglese codificato, sotto forma di piccole bozze che, come afferma la stessa autrice, aiutano a “ricostruire i fatti” e anche ”rivivere l’atmosfera e lo stato d’animo di quei giorni”; dopo la guerra, unite e compilate, esse diventano una vera e propria testimonianza delle fatiche, piccole gioie e tristezze della vita partigiana. L’inconsueta modalità di redazione dell’opera ci fa capire innanzitutto in quale contesto di paura e di rischio materiale dovesse esprimersi la creatività dell’autrice. Viene ricordato in un passo dell’opera come un soldato tedesco fosse sul punto di scoprire il quadernetto su cui Ada Gobetti trascriveva le proprie memorie:

 

Che cos’è – chiese – Il mio diario – risposi tranquillamente. – E perché è scritto in inglese? – Sono un’insegnante di lingue, faccio esercizio – risposi. – Ah! – disse il tedesco e, buttato il libriccino sul tavolo, uscì sul balcone. (Gobetti 1977: 179)

 

Le vicende sono raccontate nel tempo passato con dei riferimenti e commenti presentati con una prospettiva postbellica: “Ora, ripensandoci, mi rendo conto di quanto fosse grande, in quei giorni, la mia ansia, anche se, come si vede dal diario, cercavo in ogni modo di frenarla e di contenerla”. (Gobetti 1997:103)

Il racconto inizia il 10 settembre del 1943, due giorni dopo la fatidica data dell’armistizio, presentando già dalle prime righe una delle attività svolte dall’autrice ai tempi della Resistenza, che ci dimostra uno dei suoi ruoli “in prima linea”: la distribuzione di manifestini antifascisti.  Nel libro, più in generale, vengono descritte numerose altre attività intraprese dalle donne: esse erano “staffette” che, meno sospette, passavano inosservate e sfuggivano ai rastrellamenti; esse cucivano abiti e riparavano gli equipaggiamenti dei partigiani, assistevano i combattenti feriti e procuravano loro beni, medicinali, indumenti.

Che immagine ci appare, dunque, delle donne partigiane dell’epoca? A differenza della protagonista del Diario, che proveniva da una famiglia della borghesia commerciale torinese, la maggior parte delle donne che prendevano parte attivamente alla Resistenza aveva origini proletarie e ideologie politiche di sinistra. Esse erano per questi motivi più sensibili alla mobilitazione di massa e spesso seguivano i loro compagni / mariti militanti sulla scena politica antifascista.

Bisogna pure ricordare che le donne partigiane provenivano soprattutto dal Nord, dove l’emancipazione femminile aveva raggiunto livelli più alti rispetto al Sud e dove la lotta antifascista ebbe le sue manifestazioni più violente e più cruente.

Parallelamente, occorre accennare che alle basi della lotta antifascista femminile non c’era al principio nessuna organizzazione a livello di struttura (Addis Saba 1998). Il movimento è nato in molti casi spontaneamente come reazione contro l’ingiustizia e la crudeltà della guerra. Si è trattato di una mobilitazione e una manifestazione della solidarietà soprattutto delle madri, delle mogli, delle sorelle. Le donne si sentivano accomunate dalla paura per i loro figli, i loro mariti, i loro fratelli impegnati nella guerra: vale la pena ricordare l’episodio in cui Ada Gobetti, di nascosto, porta fiori ad un partigiano impiccato, o quando vede per la prima volta un morto che ha perso la vita durante uno scontro e, senza neppur conoscerlo, piange come se egli fosse un membro della sua famiglia. (Gobetti 1997)

Con la partecipazione alla lotta, sembra che la società intera si sia risvegliata da un lungo marasma e immobilità.  Il fatto viene descritto anche da Ada Gobetti “ Tutte le donne ch’erano con me nel vagone e che avevano avuto qualcuno dei loro coinvolto nell’episodio, ne parlavano con euforia (…). Nessuna prendeva la situazione molto sul serio (…). Dicevan tutte d’aver dato panni borghesi, aiuto e conforto ai militari sbandati”. (Gobetti 1997: 31)

La Resistenza diventa quindi un momento cruciale per l’entrata delle donne nella storia italiana, che appunto durante quei difficili anni acquistano per la prima volta la loro identità cittadina. È questa una conseguenza inevitabile dettata, più che dalla trasformazione dei costumi, dalla necessità: senza l’aiuto delle donne la guerriglia non sarebbe potuta durare a lungo. Le attività concrete, logistiche, organizzative gestite in prima persona dalle donne hanno seriamente sostenuto i combattimenti e le opere di divulgazione politica. (Addis Saba 1998)

Le donne, con il passare del tempo, diventano sempre più consapevoli del loro ruolo e della loro importanza: anche ad Ada Gobetti non piace il nome dei “Gruppi di difesa della donna e di assistenza ai combattenti” : “In primo luogo è troppo lungo; e poi perché “difesa” della donna e “assistenza” ecc.? Non sarebbe più semplice dire “volontarie della libertà” anche per le donne?” (Gobetti 1977: 72) Secondo Ada Gobetti, l’essenziale è infatti illustrare alle donne, anche alle più semplici,  il significato e le modalità della collaborazione con movimenti partigiani, cercando di mobilitarle sfruttando i punti di forza più tradizionalmente “femminili” ed apprezzando le loro mansioni più concrete, che le hanno abituate ad avere responsabilità all’interno del loro nucleo familiare. Il coinvolgimento femminile, dunque, parte sempre dal basso, per così dire, al fine di arrivare a responsabilità più grandi e vero e proprio coinvolgimento ideologico.

Tale percorso di mobilitazione, intuito in modo originale da Ada Gobetti, mette in risalto le particolarità dello spirito femminile, e di come sia diverso “spiegare la guerra” agli uomini e alle donne. Le differenze umane e di sensibilità, in effetti, conferiscono alle donne un’originalità propria nel loro modo di affrontare le tragedie della Resistenza o le piccole vittorie di ciascuna giornata. Questo approccio è stato evidenziato molto bene dalla storica Marina Addis Saba, autrice di vari libri dedicati alle figure femminili durante la Resistenza. 

 

 

Nelle loro testimonianze le donne non tendono ad esaltare le loro gesta – non sono abituate al protagonismo – anzi le sdrammatizzano con una buona dose di ironia e talvolta affermano di non avere fatto niente, o certo ben poco; la maggior parte di esse, infatti, tornata a casa, non solleciterà riconoscimenti ufficiali, non avanzerà benemerenze partigiane (Saba 1998: 27)

 

 

 In un certo senso, l’animo femminile sembra vivere in maniera quasi più profonda la dimensione “civile” ed “umana” della guerra, non separandola dalla vita quotidiana e dal proprio vissuto individuale. La guerra diventa anche una dimensione interiore, dove la lotta è soprattutto in noi stessi e per noi stessi, e la posta in gioco è l’esistenza tutta, non solo la sconfitta del regime fascista o la liberazione dei propri territori dall’invasore tedesco.

Anche la narrazione di Ada Gobetti è ispirata da questo modo “femminile”di guardare il mondo: attraverso il suo “Diario Partigiano” ella ci regala un congiunto di grande concretezza nell’esposizione, straordinaria attenzione ai piccoli come ai grandi avvenimenti, pur mantenendo una spontanea avversione alla celebrazione retorica di eventi e personaggi; si tratta di un gusto e di un approccio tipicamente femminile, che esalta i dettagli e il lato umano delle vicende narrate, in tutte le loro innumerevoli sfumature.

Questa innata sensibilità, d’altronde, contrasta, in alcuni casi, con l’immagine un po’ stereotipata della donna militante, che, scaldata per le questioni politiche e per l’esperienza della lotta ha spesso vissuto in maniera molto aggressiva le vicende personali e storiche, fino a perdere i suoi stessi tratti più delicati. La realtà, in effetti, è ben diversa e più complessa. Molte di queste “rivoluzionarie”, o “passionarie” – come dir si voglia – hanno dovuto prima o poi fare i conti , con le spietate logiche del potere e con delusioni anche affettive: è il caso ad esempio di Rita Montagnana, moglie di Palmiro Togliatti, o di Teresa Noce, che nella maturità si separò dal marito Luigi Longo, con cui aveva condiviso la lotta di liberazione e l’esperienza politica comunista.

In tutte le sue sfaccettature, dunque, lo studio delle memorie partigiane scritte da autrici dell’epoca ci apre scenari inconsueti e prospettive nuove nell’interpretazione del momento storico della Resistenza. Questo spiega, tra l’altro, il rinnovato interesse sulla materia che ha alimentato moderne ricerche storiografiche che hanno rivalutato l’importanza delle donne durante la Resistenza.

Ada Gobetti è stata da me scelta per abbozzare questo percorso poiché il suo personaggio rappresenta un raffinato insieme di qualità umane, morali e un rilievo storico importantissimo: la sua opera è prima di tutto un capolavoro letterario, tra i tanti che in quei tempi sono stati scritti. Lo spirito femminile che pervade queste narrazioni ci affascina per la sua sobrietà e per la sua lucidità, conferendo forma ad una letteratura originale e vissuta, che ha tentato di farci comprendere la storia di ieri, e che – mi auspico – ci permetterà di sentirci parte attiva della storia di oggi.

 

 

Bibliografia

Addis Saba, Marina (1978) L’altra metà della resistenza Milano: Gabriele Mazzotta editore

Addis Saba, Marina (1998) Partigiane. Tutte le donne della resistenza Milano: Gruppo Ugo Mursia Editore

Addis Saba, Marina (2005) La scelta. Ragazze partigiane ragazze di Salò Roma: Editori Riuniti

Bruzzone Anna Maria, Farina Rachele (2003) La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi Torino: Bollati Boringhieri

Gobetti, Ada (1977) Diario Partigiano Torino: Einaudi